Don Virginio Colmegna ospite al teatro di Via Dante

«Vi spiego perché non vi può essere carità senza ricerca della giustizia»

 Don Virginio Colmegna, della Casa della Carità di Milano, ospite al Teatro di Via Dante per un incontro culturale

 

Il 18 maggio scorso Castellanza ha ricevuto un regalo: è stato protagonista di una serata organizzata presso il teatro di Via Dante Don Virginio Colmegna, responsabile della Casa della Carità di Milano. La Casa della carità è una fondazione che persegue finalità sociali e culturali istituita nel maggio 2002 su iniziativa del cardinale Carlo Maria Martini. La principale attività della fondazione è ospitare e prendersi cura di persone in difficoltà; ogni giorno circa 150 tra uomini e donne, italiani e stranieri, giovani e anziani trovano rifugio presso la struttura. Gli ospiti sono coinvolti nel proprio reinserimento sociale, nella ricerca di un lavoro e di un’abitazione.

Don Colmegna ha spiegato al pubblico, con la competenza di uno studioso d’accademia ma anche la passione di chi tutti i giorni si scontra con situazioni difficili, che cosa significhi “carità” e che cosa significhi “giustizia”. Ha spiegato, soprattutto, perché una non può esistere senza l’altra, perché «la carità esige la giustizia, non le sta accanto». Per riassumere lo stretto legame che intercorre tra le due dimensioni potremmo dire così: alla vista di una persona che ha fame, il nostro primo pensiero sarà di sfamarla; altrettanto importante, tuttavia, è chiedersi, subito dopo, perché quella persona aveva fame, quali sono le cause, sociali ed economiche, della sua indigenza.

Il sentimento di carità, che anima il prezioso lavoro di tante associazioni di volontariato, cattoliche e non, è senz’altro fondamentale; esso, ha sottolineato Don Colmegna, combatte la generalizzazione tipica del linguaggio giornalistico e delle istituzioni  operata nei confronti di chi ha bisogno d’aiuto; non pensa ai “magrebini”, ai “profughi”, alle “prostitute” e ai “drogati”, ma si rivolge ai singoli e alle loro storie, spesso fatte di coraggio e dignità. Si interessa ad Amir, Adrian e Ana Maria,  perché ognuno di loro, con la sua biografia e il suo bagaglio culturale,  non è solo una persona in difficoltà, ma è anche, per noi, una grande opportunità di crescita. Le identità, individuali e collettive, infatti, non sono statiche: crescono in misura proporzionale alla loro capacità di assorbire, come una spugna, il diverso, l’altro da sé. Questo a patto, ovviamente, di essere disposti all’apertura e al dialogo reciproco; a patto di nutrire una serena curiosità verso ciò che ci appare nuovo e sconosciuto e per questo un po’ oscuro; di saper esercitare sempre il dubbio, utile alleato nel riconoscimento di quei pregiudizi che albergano dentro ciascuno di noi.

Se questa è la prima, necessaria, dimensione dell’aiuto, ha continuato Don Colmegna, essa non può e non deve essere disgiunta, come si diceva prima, dalla giustizia, dall’analisi delle cause dell’indigenza e dell’esclusione sociale, dalla richiesta pressante alle istituzioni affinché rendano effettivi quei diritti che trovano posto nella nostra Costituzione, ma che spesso sono inattuati. Su questo punto il responsabile della Casa della Carità è molto chiaro: «La realizzazione dei diritti sanciti nella carta costituzionale necessita di una precisa responsabilità sociale da parte delle Istituzioni. Le associazioni di volontariato non devono essere lasciate sole: il loro impegno non può essere motivo di disinteresse dello Stato alle problematiche che esse affrontano». L’azione deve essere, al contrario sinergica: da un lato il servizio ai più deboli e l’analisi della loro situazione, dall’altro, il progetto e la realizzazione di politiche “solidali”, tese a ridare dignità alle persone. Alla responsabilità e non all’assistenzialismo. Perché, come ha ricordato Don Colmegna, il dovere inderogabile di solidarietà di cui parla, appunto, la Costituzione non è concessione, né compassione: è il fondamento della convivenza.

Carlotta Caldiroli

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