I giovani, la politica e il futuro del Paese

[22-6-2011] Alla Colonia Elioterapica di Busto Arsizio giovani esponenti dei diversi schieramenti  hanno ragionato insieme sul loro impegno politico

Per Matteo Bianchi, 31 anni, Sindaco di Morazzone, galeotta fu la nonna: si, avete capito bene proprio la nonna. È stata lei, che, nel lontano 1995, quando Tangentopoli era appena passata e le parole del  Senatur avevano infervorato l’animo del giovane Matteo, ad accompagnare il nipote alla sezione locale della Lega Nord. Chiara Colosimo, invece (Consigliere Regionale Lazio per il PDL), ha iniziato quasi per caso: il suo liceo era l’unico di Roma in cui non c’era il Consiglio d’Istituto e la cosa non le andava proprio giù; dalla battaglia scolastica alla militanza in AN il passo è stato breve. Questi i primi passi nel mondo della politica raccontati la sera del 22 giugno, da alcuni degli invitati alla tavola rotonda “Giovani e politica”, organizzata da Comunità Giovanile nell’ambito della ormai consueta festa d’estate che l’associazione propone presso la Colonia Elioterapica di Busto Arsizio. Assente l’ospite più atteso della serata, Renzo Bossi; pazienza: i presenti erano un campione più che rappresentativo del panorama politico nazionale. Oltre a Matteo e Giulia, infatti, hanno parlato del loro impegno anche Andrea Civati, 25 anni, Consigliere PD al Comune di Varese e Mattia Calise, 20 anni, Consigliere al Comune di Milano per il Movimento 5 stelle. E’ senz’altro quest’ultimo a farsi portatore del messaggio più provocatorio. «Io faccio politica pur non essendo iscritto in nessun partito e questo mi sembra fondamentale» tuona Calise – all’inizio di quello che aveva tutte le caratteristiche di un comizio  – «I partiti in Italia sono agenzie di collocamento all’interno delle quali si entra solo per conoscenze, come in qualsiasi altro ambiente. Essendo questo il sistema, è ovvio che i giovani ne siano disgustati. Un giovane che si iscrive ad un partito deve necessariamente scendere a compromessi. Il movimento 5 stelle propone un approccio diverso, quello della democrazia diretta: sono i cittadini che devono riprendere le fila del Paese, a livello prima di tutto locale. Spetta a loro indicare le linee guida per governare la cosa pubblica e sarà poi compito di esperti fare in modo che tali linee guida si trasformino in fatti. Dei partiti non abbiamo alcun bisogno» conclude Mattia. E a chi gli obietta che una tale forma di democrazia è molto difficile in qualsiasi stato moderno, il giovane risponde: «Lo era forse qualche anno fa. Oggi abbiamo strumenti potentissimi, come la rete: tramite il web ogni singolo cittadino, in piena autonomia, può informarsi sul leggi, decreti, Consigli Comunali e, sempre tramite Internet, potrebbe esprimere la propria opinione su questioni di interesse pubblico, se fosse chiamato a farlo. È in questa direzione che dobbiamo andare; non è più sostenibile un sistema fallimentare in cui partiti identici nei programmi e, soprattutto, nel commettere illeciti fingono di scontrarsi».

La posizione del Movimento 5 stelle è senz’altro radicale: ha il merito di farci riflettere sullo stato della nostra democrazia, pungola i “potenti”, sveglia i cittadini dall’apatia e dalla rassegnazione e li sprona all’attivismo. Tutto ciò è  lodevole. Proprio per il suo radicalismo, tuttavia, essa si espone a facili critiche, come quella che è stata mossa durante il dibattito da un intervento del pubblico.

“Fare politica” può voler dire molte cose. Vi sono, come minimo, due diverse accezioni del termine; certo, c’è un modo di fare politica che è quello di cui parla con tanta passione Mattia: in questo primo, fondamentale, senso fa politica il cittadino che si informa il più possibile di quanto accade nella realtà che lo circonda; fa politica chi va ad una manifestazione per difendere un diritto o denunciare un’ingiustizia; fanno politica i comitati che raccolgono firme per le consultazioni referendarie e per le leggi di iniziativa popolare; fanno politica, infine (ma l’elenco potrebbe continuare) i volontari delle migliaia e migliaia di movimenti e associazioni presenti nel nostro Paese. La prima dimensione della politica è quella in cui tutti siamo (o dovremmo essere) protagonisti: è l’insieme delle pratiche, di diverso impegno, che in una democrazia sana sono richieste ai Cittadini. Ma c’è almeno un altro, altrettanto importante, significato del fare politica, ossia l’impegno per l’ amministrazione della cosa pubblica. E da qui non si scappa: le  democrazie contemporane si sono sviluppate in senso rappresentativo; seppur con qualche forma di democrazia diretta (come i Referendum) la gestione del bene pubblico è affidata in grande maggioranza a delegati, rappresentati dei cittadini appunto, da questi eletti in libere consultazioni. Non può che essere così: le dimensioni degli stati moderni, il loro grado di complessità,  il numero elevato di abitanti rendono impossibile l’esercizio della democrazia diretta come la intendevano i greci del V sec. a. C., gli ateniesi che in prima persona si occupavano degli affari pubblici e sedevano, quasi quotidianamente, nell’assemblea cittadina. I governanti, nella nostra democrazia, sono espressione di soggetti collettivi che sono i partiti politici. Partiti con storie lunghe e spesso travagliate, ma, soprattutto, con alle spalle tradizioni di pensiero tra loro molto diverse. Partiti che dovrebbero fare tesoro di queste tradizioni di pensiero, declinandole nel presente, utilizzandole per elaborare risposte specifiche ai problemi della società moderna. È vero, molto spesso non è così: il sistema italiano è malato, privilegi e illeciti accomunano, spesso, le parti in gioco. Il potere è sempre meno pubblico: il suo spazio, in molte occasioni, non è quello della “piazza”, a tutti accessibile, ma quello chiuso e soffocante del palazzo.

Se la situazione è questa, tuttavia, non dobbiamo dimenticare che la democrazia rappresentativa, con il suo complesso sistema di esercizio, è l’unico modello possibile per noi, oggi, in questo preciso momento. E il luogo dove la storia ci ha portato. Certo, un cambiamento del sistema (di questo, sistema, rappresentativo) è necessario e forse è già iniziato. L’ampio consenso intorno a figure come Pisapia a Milano, De Magistris a Napoli, il giovane Zedda a Cagliari; la mobilitazione referendaria, il quorum raggiunto dopo anni; il desiderio di riscatto della destra italiana, che la stessa Chiara Colosimo, la sera del dibattito, ha manifestato; e, infine, la rivoluzione gentile delle donne di Se non ora quando?, che ha unito le figure più diverse, di ogni credo e colore politico e dalla quale,forse, tutto questo è incominciato.  Sono segnali, questi, che ci fanno sperare nella rinascita, nel risveglio di un popolo apatico e stanco, addormentato da anni di tv spazzatura e della filosofia del “ghe pensi mi”.

Ancora molto c’è da fare. Siamo solo all’inizio. Il sistema può e deve essere migliorato. Per farlo, tuttavia, non ci serve l’antipolitica; ci serve, anzi, la Politica, quella vera, quella che guarda al futuro e pensa a come portarci il proprio Paese. Non ci servono i discorsi qualunquisti di chi dice che sono tutti uguali. Non è vero, non lo sono: hanno storie diverse, rispondono a idee e valori diversi. Dobbiamo ridare significato ai nomi e con essi alle cose che designano; dobbiamo dire così: ecco questa è la destra, questa è la sinistra, questo, invece, non è nulla, nessuno, nella nostra Repubblica, vi si può riconosce, perché siamo uno stato moderno, uno stato di diritto con una Costituzione chiara e bellissima che non va modificata, ma applicata. Dobbiamo, ancora prima, dare di nuovo significato a termini più semplici e allo stesso tempo difficilissimi: giustizia,  sovranità popolare, legalità, tanto per dirne alcuni.

Forse, è vero, sono uguali le nefandezze che i partiti compiono. È uguale la tendenza all’oligarchia, alla chiusura, all’elitismo. Ma è qui che entriamo in gioco noi, è qui che entra in gioco la prima dimensione della politica, cui ci riferivamo prima, la politica come partecipazione attiva di cittadini educati alla pratica democratica. La partecipazione va quanto più possibile potenziata, ma non deve essere un chimerico appello all’ impossibile democrazia diretta (che, ricordiamolo, prevede l’assenza di rappresentanti, prevede, di fatto, l’autogoverno); la partecipazione si declina nel controllo attento dei propri governanti, nel esercizio consapevole del diritto/dovere al voto, nella forza di ribadire l’ingiustizia, combatterla e pretendere uno Stato migliore. Si declina, è ovvio, anche nella consapevolezza di poter utilizzare quelle poche forme di democrazia diretta presenti nel nostro ordinamento, come i referendum. Anche, ma non solo.

I cittadini, in questa battaglia per il cambiamento, non devono essere lasciati soli: se da un lato il loro attivismo è indispensabile, dall’altro, servono anche partiti diversi da quelli che abbiamo. Partiti trasparenti, aperti al confronto e allo scambio con la società civile. Aperti, in primo luogo ai giovani, per tornare dal punto in cui siamo partiti. Partiti che siano sempre più fucine di idee e non luoghi della ortodossia, partiti  che usino sempre e solo il criterio meritocratico nella scelta di esponenti e amministratori, locali e nazionali.

Ecco, questo è ciò che ci serve, da una parte e dall’altra; i piani d’azione sono due e vanno tenuti distinti: quello dei cittadini, attivi e vigili, e quello dei loro rappresentanti. Un ruolo non è meno importante dell’altro. Non facciamo confusione, non ora, non adesso, proprio nel momento in cui si incomincia a fare un po’ di chiarezza.

Carlotta Caldiroli

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  1. Pietro
    28 giugno 2011 alle 23:37

    articolo interessante, anche se in generale non mi trova completamente in sintonia (ma penso ciò sia derivato da un uso non preciso del termine democrazia diretta), cmq mi piacerebbe ricevere un paio di chiarificazioni:

    1) secondo il vostro gruppo consigliare (composto se non erro da un partito e da un’associazione, anche se forse non ancora fondata) che compiti dovrebbero avere le associazione (specialemente quelle di volontariato) in una democrazia sana?

    2) in che modo si devono sviluppare secondo voi la partecipazione dei cittadini? è davvero solo quanto da voi scritto verso la fine dell’articolo

    3) non riesco ad esimermi da una domanda provocatoria, su di un tema molto importante: sono davvero indispensabili i partiti in un sistema rappresentativo? ovvio che la risposta è no, la domanda posta così è banale. posta nel modo corretto risulta essere: visto che parte del vostro gruppo consigliare è un partito, in che modo ritenete fondamentale la presenza partitica (e non sto solo parlando in ambito amministrativo)?
    PS. tanto per essere chiaro io sono favorevole ad avere dei partiti, ma in questo articolo vengono presi per assunto senza dare risposta alle provocazioni (perchè secondo me di più che di tesi politiche, specilametne se quanto riportato è vero, si tratta di provocazioni) di Mattia

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