L’Aquila a due anni dal sisma

Il difficile cammino della ricostruzione tra new towns e esercizi di cittadinanza attiva

“Immota manet” è il motto dell’Aquila. È scritto sul gonfalone comunale: la città resisterà, “rimarrà immobile” nonostante i terremoti cui è, per natura, sottoposta. L’auspicio che richiama  la tenacia del popolo aquilano sembra però essere diventato, a ormai più di due anni dal sisma del 6 aprile 2009, una condanna: tutto, o quasi, infatti, nel centro storico dell’Aquila e dei comuni vicini, è rimasto com’era quella notte. Tutto immobile appunto.

Certo, la situazione attuale della popolazione è cambiata radicalmente; come le televisioni e i telegiornali ci hanno trionfalmente mostrato, la Protezione Civile, fin dai primi mesi successivi alla tragedia, ha indetto bandi per la costruzione dei cosiddetti progetti C. A. S. E. (complessi antisismici sostenibili ecocompatibili) su terreni espropriati a privati (molti dei quali attendono ancora un indennizzo). I complessi sono stati effettivamente realizzati e consegnati agli sfollati a partire dal 29 settembre 2009. Insieme ai M. A. P. (moduli abitativi provvisori), essi hanno rappresentato un modo veloce per togliere le persone dalle tende e dar loro un’abitazione. La scelta è stata senza dubbio sensata dal punto di vista umanitario: più di 16 mila terremotati hanno potuto abbandonare le tendopoli prima che il rigido inverno aquilano arrivasse puntuale come ogni anno. La situazione che si è creata in seguito alla costruzione dei progetti C. A. S. E., tuttavia, non è di certo idilliaca. Anzi, diverse sono le problematiche con le quali si devono confrontare quotidianamente gli aquilani che vivono nelle new towns. In primo luogo è bene chiarire cosa siano: si tratta di grandi complessi abitativi dislocati nella campagna intorno all’Aquila, lontani dai vecchi centri distrutti e, cosa ancora più grave, quasi del tutto privi di servizi e luoghi di aggregazione. Gli appartamenti all’interno delle palazzine sono stati assegnati senza tener conto della residenza precedente: le comunità locali, in questo modo, si sono spezzate e con esse sono andati persi i legami tra le persone e tra queste e il loro territorio. Un esempio può aiutare a comprendere la situazione: se una famiglia viveva, prima del sisma, nel centro dell’Aquila, ora può trovarsi ad abitare nel progetto C. A. S. E. di Bazzano, frazione del capoluogo, che prima del terremoto contava circa 500 abitati e adesso ne ha più di 2500. Ricchi e poveri, abitanti di piccoli centri e della città, immigrati e italiani: persone abituate a vivere separate devono ora imparare a stare insieme, all’interno di grandi quartieri dormitorio che ci si aspetterebbe di trovare nella periferia di una metropoli piuttosto che nelle campagne abruzzesi.

La mancanza di servizi e centri di aggregazione e la rottura dei legami presistenti tra persone e territorio ha di fatto portato alla disgregazione del tessuto sociale della zona. È proprio l’assenza di sociabilità uno dei problemi principali che lamentano gli ex-terremotati, specialmente giovani. Daniele, 27 anni, di Paganica, altra frazione dell’Aquila, ci spiega che, dopo il sisma, il proverbio aquilano secondo il quale “Se sta bene Rocco sta bene anche la rocca” non è più vero per lui.  Andrebbe, piuttosto, ribaltato; l’importante non è il singolo, non basta che Rocco, Giovanni o Maria stiano bene da soli: è la rocca, la comunità, che conta. Costruire le case è stato importante, fondamentale per l’emergenza. Ora però la popolazione aquilana sta affrontando un’altra sfida, ben più difficile: riannodare i legami tra le persone, ricostruire le comunità. E, di sicuro, la decisione di destinare un’ingente somma di denaro alla costruzione
dei progetti C. A .S .E., accantonando, per il momento, la vera ricostruzione, non aiuta.

Ma esiste un’alternativa? C’è un’altra via che non sia l’accettazione passiva di quanto deciso dai propri governanti? Gli abitanti di Pesco Maggiore, piccolissimo borgo in provincia dell’Aquila, colpito dal terremoto, ma, fortunatamente, senza vittime, risponderebbero senz’altro di si. Loro l’alternativa l’hanno trovata: hanno deciso, infatti, di non spostarsi nel complesso che gli era stato assegnato dal governo e si sono dati da fare per ricostruire il paese. Casa dopo casa, con l’aiuto di volontari provenienti da tutto il mondo e supportati da un team di giovani architetti, stanno portando a termine l’impresa. Su un terreno adiacente al centro distrutto sono state costruite sette case con una struttura in paglia, antisimica, termoisolante, di facile reperibilità e, soprattutto, economica. Il costo delle sette abitazioni ammonta, infatti, a 150.000 euro: allo stesso prezzo il Governo ha costruito uno solo degli appartamenti all’interno dei Progetti C. A. S. E., con le problematiche cui si è accennato. Gli abitanti di Pesco Maggiore ci insegnano a non delegare: certo, la nostra è una democrazia rappresentativa, i politici che eleggiamo si impegnano a fare ciò di cui non possiamo occuparci personalmente. “Che ci pensino loro, sono lì per questo. Li abbiamo votati apposta”. Votare, però, non basta. Serve un controllo costante, e a volte anche un intervento diretto: occuparsi della cosa pubblica insomma, in prima persona se necessario. A Pesco Maggiore l’hanno fatto in un momento terribile, un momento di estrema paura, quando la vita sembrava essersi interrotta. In un periodo di crisi e incertezza come è quello che stiamo vivendo, forse dovremo imparare a farlo tutti, ciascuno nella propria quotidianità.

(Per informazioni sul progetto di Pesco Maggiore: http://www.pescomaggiore.org)

Carlotta Caldiroli  – Febbraio 2011

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